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Billie Holiday

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Eleanora Fagan, o Elinore Harris, nota come Billie Holiday o Lady Day (Baltimora, 7 aprile 1915 – New York, 17 luglio 1959), è stata una cantante statunitense, fra le più grandi di tutti i tempi nei generi jazz e blues. Nata da genitori non sposati, Sarah Julia Fagan e il musicista Clarence Holiday, noto come “Holiday“. Quando scelse il suo nome d’arte, Eleanora prese il cognome d’arte del padre e il nome “Billie” in omaggio all’attrice Billie Dove.

Periodo di attività: 1933-1959

Strumento: voce

Biografia

Billie nacque da una notte d’amore tra il sedicenne Clarence Holiday, un suonatore di banjo, e la tredicenne Sadie Fagan, ballerina di fila. Il padre non si occupò quasi mai di lei: lasciò presto la figlia per seguire le orchestre itineranti con cui suonava.

Billie ebbe un’infanzia travagliata e dolorosa. Trascorse i primi anni a Baltimora (spesso indicata come città di nascita, ma recenti ricerche hanno indicato che era nata in realtà a Filadelfia, dove sua madre Sadie lavorava come domestica.) trattata duramente dalla cugina della madre alla quale quest’ultima l’aveva affidata mentre lavorava come domestica a New York. Subì uno stupro a dieci anni e in seguito dovette evitare diversi altri tentativi di violenza. Ancora bambina, raggiunse la madre a New York, e cominciò a procurarsi da vivere prostituendosi in un bordello clandestino di Harlem. Guadagnava qualche soldo in più lavando gli ingressi delle case del quartiere: non si faceva pagare solo dalla tenutaria del bordello, che in cambio le lasciava ascoltare i dischi di Bessie Smith e Louis Armstrong sul fonografo del salotto. Quando la polizia scoprì il bordello, Billie venne arrestata e condannata a quattro mesi di carcere. Rimessa in libertà, decise, per evitare di tornare a prostituirsi, di cercare lavoro come ballerina in un locale notturno. Non sapeva ballare, ma venne assunta immediatamente quando la fecero cantare, e ad appena quindici anni iniziò la sua carriera di cantante nei club di Harlem.

In questo periodo le colleghe iniziarono a chiamarla “Lady” (la signora) perché si rifiutava di ricevere le mance dai clienti prendendo, come facevano tutte, le banconote tra le cosce. Nel 1933, diciottenne, mentre cantava al “Log Cabin”, fu notata dal produttore John Hammond, che le organizzò alcune sedute in sala d’incisione con suo cognato Benny Goodman. Tra il 27 novembre ed il 3 dicembre di quell’anno incise i suoi primi dischi con l’orchestra di Goodman. S’intitolavano Your Mother’s Son-in-law e Riffin’ the Scotch. I due dischi passarono inosservati. Ma Hammond continuò a credere in lei. Nel 1935 le procurò un contratto con il pianista Teddy Wilson per l’incisione di alcuni dischi per l’etichetta Brunswick. Tali incisioni ebbero successo e fecero conoscere Billie al grande pubblico. «Si imponeva per la sua voce intensamente drammatica, per la capacità di “volare” sul tempo e per l’emozione che sapeva trasmettere anche su testi a volte banali».

Nel 1936 cominciò a incidere dischi col proprio nome per l’etichetta Vocalion. Successivamente lavorò con grandi nomi del jazz come Count Basie, Artie Shaw e Lester Young, al quale fu legata da un intenso rapporto d’amicizia e per il quale coniò il soprannome “Prez” (“il presidente”), mentre egli inventò per lei l’adesso noto “Lady Day”.

Billie Holiday, con l’aiuto e il supporto di Artie Shaw, fu tra le prime cantanti nere ad esibirsi assieme a musicisti bianchi, superando le barriere razziali. La Holiday nei locali dove cantava doveva comunque utilizzare l’ingresso riservato ai neri, e rimanere chiusa in camerino fino all’entrata in scena. Una volta sul palcoscenico, si trasformava in Lady Day: portava sempre una gardenia bianca tra i capelli, che divenne il suo segno distintivo.

Nel 1939, sfidando le discriminazioni razziali che colpivano i neri, cantò una canzone coraggiosa, Strange Fruit (Grammy Hall of Fame Award 1978): il frutto era il corpo di un nero ucciso dai bianchi ed appeso a un albero. La canzone divise il pubblico; la Holiday poté eseguirla solo se la direzione del club lo consentiva previamente.

All’inizio degli anni quaranta la sua vita subì due forti scosse: un matrimonio breve e tormentato e la morte della madre. Prostrata, cominciò ad assumere stupefacenti come eroina e marijuana. La sua voce iniziò a risentirne. Ciò non le impedì, nel 1944, di realizzare eccellenti incisioni per la Commodore con l’orchestra del pianista Eddie Heywood come il singolo Embraceable You (Grammy Hall of Fame Award 2005).

Nel 1947 apparve nel film-musical New Orleans accanto a Louis Armstrong. Successivamente assunse un nuovo impresario, Norman Granz, che le procurò scritture con importanti musicisti jazz: Benny Carter, Oscar Peterson, Ben Webster, Coleman Hawkins, Buck Clayton, Tony Scott e il pianista Mal Waldron, che negli ultimi anni l’accompagnò in tutti i suoi concerti.

Nel 1954 andò in tournée in Europa. Venne in Italia una sola volta, nel 1958 a Milano, dal 3 al 9 novembre ma in un teatro di avanspettacolo. Il pubblico, non abituato al jazz, non gradì lo spettacolo e la Holiday non poté nemmeno cantare tutti i brani in scaletta: dopo il quinto pezzo venne fatta tornare in camerino. Il 9 novembre, ultimo giorno di permanenza a Milano della cantante, fu organizzato da appassionati e intenditori di jazz uno spettacolo “riparatore” al Gerolamo, in piazza Beccaria, grazie al fido Mal Waldron. Il pubblico le tributò una vera e propria ovazione.

Morì per le complicazioni di una cirrosi epatica a soli 44 anni il 17 luglio 1959 in un letto del Metropolitan Hospital di New York, sorvegliata da un agente del servizio narcotici. Il 15 marzo era scomparso il suo vecchio amico Lester Young, al cui funerale non aveva potuto cantare. La Holiday non si è mai sposata e non ha mai avuto figli.

Tra le canzoni più famose del repertorio di Billie Holiday vanno ricordate God Bless the Child (da lei composta) (Grammy Hall of Fame Award 1976), Lover Man del 1945 (Grammy Hall of Fame Award 1989), I Loves You Porgy e The Man I Love di George Gershwin, Billie’s Blues, Fine and Mellow, Stormy Weather, Strange Fruit. Quest’ultima canzone fu negli anni quaranta l’inno della protesta per i diritti civili:

(EN) (IT)

« Southern trees bear a strange fruit

Blood on the leaves and blood at the root

Black body swinging in the Southern breeze

Strange fruit hanging from the poplar trees… »

« Gli alberi del sud hanno un frutto strano,

sangue sulle foglie e nelle radici,

un corpo nero penzola nella brezza del sud,

un frutto strano che pende dai pioppi… »

(Strange Fruit)

Billie Holiday nel 1956 scrisse la sua autobiografia, Lady Sings the Blues. In Italia è stata pubblicata da Longanesi nel 1959 con il titolo La signora canta il blues, nella traduzione di Mario Cantoni.

Nel 2002 l’album Lady Day: The Complete Billie Holiday on Columbia 1933–1944 vince il Grammy Award for Best Historical Album.

[Da Wikipedia]

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